Un breve estratto dai contenuti del libro

Sguardi Barboni. Dignità tra degrado ed emarginazione a Milano.

Nessuna carità senza Giustizia.

Il rapporto tra carità e giustizia è una questione annosa, grave e irrisolta, soprattutto in Italia, probabilmente a causa della presenza pervasiva di una certa cultura cattolica predominante nella nostra società. Contrariamente a ciò, personalmente io credo che in una società civile, moderna e democratica, spetti allo Stato il dovere di assumere il riconoscimento dei diritti sociali come atto di giustizia sostanziale e necessario. Purtroppo, diversamente da quanto accade in Paesi più civili, questo non accade da noi.

Nella cultura e nella sensibilità cattolica dominante, infatti, la distinzione fra carità e giustizia stenta ancora a definirsi con chiarezza, così che, con questa confusione, si tende a risolvere la giustizia nella carità e a non accorgersi, al contempo, che le istanze della carità non possono essere soddisfatte che dalla giustizia. Non si distingue compiutamente, cioè, che un semplice intervento caritativo non è in sé sufficiente senza un preliminare intervento a livello economico, politico e sociale. In sostanza si offre a titolo di carità ciò che sarebbe dovuto a titolo di giustizia. Con buona pace di certe coscienze distratte, e, spesso, con contestuale pretesa dell’Ente Benefattore di plauso sociale.

Il non riconoscere che la carità è espressione sussidiaria e complementare della giustizia comporta, de plano, che, per fare il verso a Don Milani, la carità senza giustizia è falsa; e, del pari, che l’obolo donato sarà sempre umiliante, vieppiù all’esito di certe inopportune schedature. Che carità è mai questa che, nel mentre risponde ad un bisogno, finisce per trascurare i primari diritti della persona?

Di certo, da sempre, il mondo cattolico è più attento all’assistenza che alla tutela dei diritti. Che, è notorio, la chiesa non ha mai canonizzato i santi della giustizia, preferendo in assoluto quelli della carità. Anzi, i caduti della giustizia non li considera neppure santi.

Gli effetti di questo errato approccio culturale nel nostro “sistema Paese” sono evidenti: insufficiente attenzione non solo alla tutela dei diritti, ma anche alla rimozione delle cause del bisogno, con una conseguente pratica assistenziale di carattere tendenzialmente emarginante; sia per un atteggiamento privatistico, in conseguenza del quale la discrezionalità dell’intervento prevale sul diritto alla sua fruizione; ed infine, particolari privilegi alle organizzazioni cattoliche, nella convinzione che, in fatto di assistenza (in quanto concepita come espressione della carità), i cattolici abbiano una superiore “competenza”.

Nondimeno, il grande impulso che ha avuto in Italia il volontariato espone la vittoria del privato sulla politica, ma, d’altro lato, rappresenta una regressione culturale verso una semplificazione gravida di rischi reazionari. D’altra parte, in molti casi il volontariato, proprio in virtù della sua crescita e della sua dimensione organizzativa, si è oggi molto avvicinato alla logica di impresa che, talvolta, non se ne ravvisano più le differenze. Ne sono nate delle organizzazioni ibride (cooperative sociali e ONLUS), talvolta di dimensioni ragguardevoli, che destano più di qualche perplessità sia sotto il profilo degli enormi costi fissi di gestione, sia sotto il profilo dell’opaca organizzazione interna (spesso nepotistica e clientelare), e, nondimeno, sotto il profilo dei previlegi che la Legge concede loro. Ciò che giustifica questi privilegi è soprattutto il persistere di una concezione discrezionale ed emarginante dell’assistenza, in virtù della quale l’Ente pubblico tende soprattutto a delegare (e a deresponsabilizzarsi) senza intervenire sulle cause dell’emarginazione, ma anzi riproducendola di fatto in nuove forme.

Occorrebbe allora pensare – finalmente! e al pari di tanti Paesi più civili d’Europa – , alla prestazione assistenziale come diritto esigibile da tutti coloro che si trovano in condizioni di bisogno, e certamente non delegabile alla beneficenza dei privati, poiché questo concerne esclusivamente all’affermazione e alla difesa di diritti essenziali dei cittadini.

L’assistenza in Italia, invece, continua ad essere un settore marginale dell’intervento pubblico, volto non tanto a promuovere diritti, quanto piuttosto a tamponare falle sociali; delegando in gran parte ai privati – con una naturale sopravvalutazione della funzione del volontario e una sottovalutazione del diritto dell’assistito – e, in ogni caso, senza garanzia di standard minimi comuni a tutti gli enti erogatori di servizi.