Sguardi Barboni

Dignità, tra degrado ed emarginazione.  Nessuna carità è possibile senza Giustizia.

Il nuovo libro di Arthur Erre.
Fotografia, immagini e società.  Un percorso
fotografico, e non solo, tra i Barboni e gli 
emarginati a Milano. 
240 pagine a colori e in bianco e nero in grande
formato.
Nelle migliori librerie.
Presto anche on-line e in formato ebook.
In copertina: Asilo notturno comunale “Enzo Jannacci”, Milano.

A.A.A.

Acquisto speranze per tutte le età. Compro tentazioni usate. Svendo illusioni perdute a prezzi imbattibili. Fabbrico espressioni facciali inedite, nuovi intercalari, smorfie e tic. Scrivo dialoghi efficaci per coppie prima uscita. Invento addii credibili e scuse spettacolari. Restauro interi comportamenti umani. Rottamo promesse non mantenute. Riparo sogni. Infervoro masse solo per rivolte nazionali o mondiali (astenersi localisti e perditempo). Spengo passioni inservibili. Genero nomi per documenti falsi. Infiammo abulici, pigri e parassiti. Colleziono dispetti antichi. Import-export di personalità italiane ed estere. Faccio confusione gratis. Sgombro menti.

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Buona navigazione.

Foto dell’Autore.
(Inutile cliccare sull’immagine …)

Un giorno qualsiasi a Milano

Nei giorni scorsi a Milano, zona Corso Venezia/giardini Palestro, un tifoso straniero ha orinato sopra un mendicante. Mi ha colpito più di un omicidio. Adesso, sfogliando il Diario degli errori di Flaiano, trovo spiegata la mia ansia con cinquant’anni di anticipo: “- Il sale di una civiltà sono i vagabondi. Quando essi godono il rispetto che si deve al più debole è segno che il rispetto per le altre libertà funziona -“. La nostra civiltà è come una corriera spiaggiata. Ogni volta che il conducente prova ad accenderla, il motore tossisce, ma non riparte. Alza solo polvere, e la corriera sprofonda nella sabbia di un altro centimetro. Sotto le statue degli angeli nessuno ha soccorso il mendicante o scacciato l’infame. Anche la mancanza di coraggio è inciviltà. Ma forse il gesto più scandaloso è stato quello di una passante che ha risarcito la vittima con qualche euro. La sproporzione tra l’affronto subito e la monetina. Comprendo l’ingenuità del gesto, ma più che elemosina mi è sembrata una rapina.

Lobbisti delle autostrade e terrapiattisti

Gli italiani stanno perfezionando una micidiale tecnica di suicidio di massa, la correlazione spuria. Gli economisti – che spesso usano la loro scienza non per spiegare a chi non sa, ma per irridere l’ignoranza di lavoratori, grazie ai cui sacrifici hanno potuto studiare – definiscono correlazione spuria l’arbitrario rapporto causa/effetto tra due fenomeni contemporanei. Esempio: da quando è stato introdotto l’Euro le condizioni economiche dell’Italia sono peggiorate, quindi l’Euro è la causa della crisi. Oppure: lo scioglimento dei ghiacci (effetto) accelera da quando sono esplosi i social network (causa). Il problema è grave, ma non serio, finché la correlazione spuria resta confinata tra gli svaghi di quel popolo annoiato e disperato che estrae dai propri neuroni la prova logica che la terra è piatta e che non siamo mai andati sulla luna. Diventa serissimo quando la correlazione spuria è arma di dominio di un sistema che da anni con una mano distrugge l’economia con la sua disonestà e insipienza, e con l’atra arraffa una quota crescente del reddito calante prodotto. L’oscar 2019 della correlazione spuria (e in malafede !) spetta a Fabrizio Palenzona, sconosciuto al grande pubblico, ma con un ruolo centrale nello sfascio italiano. Lobbista a 360 gradi, è in grado di difendere contemporaneamente gli autotrasportatori e le concessionarie autostradali, le banche e gli aeroporti. È stato fatto fuori dalla vicepresidenza di Unicredit e dalla presidenza di Aeroporti di Roma, ma ancora troneggia come presidente di AISCAT (l’associazione delle concessionarie autostradali) e all’Assoaeroporti. E proprio come AISCAT è sceso in campo con una fluviale intervista all’ospitale Corriere della Sera per attaccare frontalmente l’Authority dei trasporti colpevole di aver costruito per lo Stato concedente un nuovo sistema tariffario di pedaggio autostradale a tutela degli automobilisti spolpati al casello dai vari Benetton, Gavio e soci, i danti causa, cioè, del lobbista medesimo. Per convincerci che dovremo dire grazie ai signori delle autostrade, Palenzona intima: -“Rispetto al 2001 oggi abbiamo 340 morti in meno (-57%). Evidentemente qualcosa l’abbiamo fatta” -. Uno legge e pensa: ah però, bravi e modesti questi concessionari: i pedaggi li hanno destinati a manutenzione e sicurezza per salvare vite umane. Che le concessionarie italiane si mettano in tasca come profitto 1 euro ogni 4 incassati al casello (una redditività senza pari in tutta la via lattea) è dunque una fake news propalata dall’Authority dei trasporti, indipendente di nome, ma di fatto asservita (come insinua Palenzona) ad un governo nemico delle imprese.

Bene, se le balle di Palenzona vi hanno fatto pensare che la mortalità sulle autostrade sia crollata grazie allo spirito di sacrificio dei Benetton e dei loro lobbisti, mentre sulle arterie sfigate dell’ANAS gli italiani continuano a morire come le mosche, andate a vedere le statistiche ufficiali dell’Istat. Sapete di quanto sono calati nello stesso periodo i morti fuori dalle autostrade ? Del 57% come sulle autostrade, pari pari. E senza bisogno di pagare il pedaggio. Ecco cos’è una relazione spuria (e spudorata) brandita per prendere per i fondelli il prossimo. E, a proposito, egregio dott. Palenzona: le 43 vittime del Ponte Morandi, di cui ella come lobbista capo delle concessionarie sente l’obbligo di nulla sapere (-“Mi pare che non siano ancora state individuate le reali cause del crollo …”-), sono morte in autostrada facendo sballare la sua statistica da terrapiattista ? Oppure i decessi li considerate avvenuti al di fuori del viadotto, visto che, da qualche istante, in effetti non c’era più ? Così, per sapere …

La bottega dei ricambi

Come per scooter e motorette ci vorrebbe un’officina per gli esseri umani, una bottega alla buona, di fiducia, a prezzi modici, con una dotazione di ricambi semplice, pochi ma utili accessori. Un liquido scongelante per il cuore e un olio che ci renda meno ingessati; e poi un filtro al cervello, da sostituirsi un paio di volte all’anno, e pasticche per frenare dagli impulsi troppo arditi e dalle bizze, dai capricci e dai vizi. Ci sarebbero i soliti meccanici che truccano i caratteri, alterano il respiro, lo velocizzano, e marmitte che mascherano certi brontolii dell’anima fino a trasformarli in fiati angelici, e il prestigioso meccanico che ti promette, ma non sempre mantiene, “una marcia in più”. Gli operai per gli esseri umani, sarebbero una categoria quasi filantropica, una mano santa nei momenti in cui ci immobilizziamo ai margini della vita, incidentati. -“Che cos’ho nel circuito vitale ? Mi guardi, proprio qui.”- E lui: -” Qui ? Vedo signore, tranquillo, cambio un paio di fusibili e ripartirà come nuovo.”-. Non parlo di psicologi, confessori, imbonitori, maestri zen, personal trainer, e neppure di cardiologi o chirurghi plastici, io vorrei semplici officine d’umanità, tecnici della manutenzione della specie, lubrificatori di valori, stili, impegno, energia e gestualità. Onesti artigiani della civiltà. Questo si può, quest’altro non si può fare -. “Non vedo bene, ho le candele sporche.”- E lui: -“Ci penso io, ecco fatto, lei ora ha la vista da 1000 watt ! “-. Ci manca, inoltre, un mercato delle pulci dei ricordi, dove tu mi presti le tue memorie per un’ora, una settimana, un mese, e io mi disfo dei miei assilli, e di tutte le angosce, le disillusioni, i rimpianti, che a un altro, magari, lo piegheranno in due dalle risate anche perché non sono i suoi, e non ci paga dazio. Si vedrebbero bancarelle “Mille ricordi a 1000 Euro” e il più miserabile dei clochard diventerebbe un pascià perché i ricchi indolenti gli comprerebbero l’anima vecchia, farcita di storie e di fatalità. Che caos si creerebbe ! Ma è un bene. L’individualità: dio, che pena. Io, io, io, e nessuno è in fondo mai niente. E invece ecco, dall’oggi al domani si pensa quel che rimuginava un altro, e ciò che pensavamo noi fino a venerdì scorso, dal lunedì successivo assillerà per finta quel venditore di tappeti, quell’allibratore clandestino cinese, e per lui le passioni, gli odi, i rimpianti nostri diverranno familiari nel preciso momento in cui a noi saranno cari quelli di un terzo. Per realizzare tutto questo, semplici meccanici, un po’ di fila, un tagliando di mezz’oretta, un cambio valvole, si rimette in fase l’anima che è tanto più tua, quanti più altri contiene.

La Costituzione

Quand’ero bambino, il mondo dei grandi pullulava di omini come quello di Gulliver. La nonna, altezzosa, chiamava così la gente semplice al lavoro: l’omino della posta, l’omino del pane, l’omino della spazzatura, l’omino della stazione che porta le valige, l’omino delle tasse. Trovava talmente disdicevole svolgere un lavoro umile o manuale, che si vergognava a definirli postino, spazzino, facchino. Quel piccolo, elitario, mondo antico è fortunatamente finito e, con buona pace di mia nonna, i lavoratori non sono più omini. Improvvisamente, stasera ho appreso dalla televisione di Renzi che noi italiani avremmo una costituzione “filosovietica“. Ho fatto un salto sulla sedia. Ma no, rilassati, l’ha detto l’omino del governo. Per una volta ho dato ragione a quella snob di mia nonna.

Dadaismi di un fotografo navigante

Per le foto, come per le lasagne di un giorno da cani, serve molto coraggio e un po’ di visione d’insieme; serve, soprattutto, un briciolo di buona inclinazione, ma non verso la cucina, anche quella, verso il tempo soprattutto, quello di buona qualità, del luogo, zero chilometri e tanto bio, vietati i pesticidi dell’anima; quello senza fretta che ti siedi, aspetti, rifletti, impari, provi, osservi soprattutto; quello strappato oppure colto, selvatico oppure d’allevamento, tanto il tempo cresce come tu mi vuoi e anche se non mi vuoi, è un infestante, lo puoi solo sterminare coi pesticidi dell’insensatezza e della realtà distratta, magari condita con la poca cultura ignorante; sta di fatto che la buona inclinazione e la curiosità serve, molto, e anche carota, cipolla, lonza di maiale, salsiccia, arrosto di manzo, olio e burro, sale e pepe, soffriggete poco a fiamma bassa, poi giù la carne, ben tritata, fate andare poi pomodoro, un goccio d’acqua e coprite, fuoco basso per due ore, anche tre, se le avete, ed ecco il tempo, il setacciatore di sapori, perché mentre lui macera, assorbe, svapora, stilla, voi pensate, magari davanti al camino, alle mille storie del giorno, che pare sia iniziato il mese scorso, perché fuori piove, tutto intorno nevica, fa freddo, è grigio e in pomeriggi da cani come questo l’uomo è incline al sequestro, emotivo e subìto, e vede come la realtà: grigio, piange come il cielo: fitto, e ha bisogno di gloria, di sollevamento pesi, ma quei pensieri (appunto 1: come si fa a non farcela; appunto 2: non aggiungere e poi sottrarre, perfetto per fallire; appunto 3: c’è da comprare l’aglio e la carta igienica; appunto 4: rileggere Cèline; appunto 5: come far incontrare Lula e Margot; appunto 6: come gestisci ciò che ti delude), quei pensieri, dicevo, affollano, sottraggono energie, quelle che di solito ti affacci e poi ne hai per sei, ma oggi non ti puoi affacciare, fuori non c’è niente, ma quando è grigio serve il sole, comunque, non è che quel giorno se ne possa fare a meno, e si va sulle riserve, quelle dentro, perché se sei da solo quelle fuori non ci sono, ed ecco allora perché il ragout di un giorno da cani, inevitabile, e conseguenti lasagne, facoltative, il ragout con le carni miste, come non si usa, perché la luce non è cosa facile da generare in vitro, serve potenza, anche se hai buona inclinazione, ci vuole il gesto tecnico, lo scatto fisico, quando si fa sera occorre darsi un segnale e anche un diaframma, perché i giorni da cani sono come il faro, ora un morso, ora niente, ora un morso, ora niente, ed è in quei tanti niente che si vede il marinaio e il fotografo, lui segue i vuoti, sa più di assenze che di pieno, tra morso e morso c’è la luce, e a furia di seguirla passi i due fanali e sei in porto, e il pomeriggio resta fuori, finisce sezionato tra le sfoglie, su cui non mi dilungo, sapete già: impastate, stendete, tagliate, allestite, e alla fine, come sempre, c’è il tegame, poi il forno. E il porto. Salvi !

ST. MAARTEN, SIMPSON BAY BRIGDE

Dopo due mesi di navigazione tranquilla tra Grenada e Antigua, finalmente sono arrivato in quello che si potrebbe definire il quartiere a luci rossi dei Caraibi: St. Maarten. Sembra di essere a Las Vegas. La vita intorno a Simpson Bay pullula di frequentatori di casinò, droghe, night club, ristoranti tex-mex e bar vari fino a notte fonda. Sono atterrato da qualche ora, giusto il tempo di salutare all’aeroporto Manuel e Xavier che rientrano di tutta fretta in Europa, e ora sono qui da solo per mettere insieme un nuovo equipaggio e preparare la barca, un Gran Soleil 58, per il viaggio di fino a Tobago.

Mi sono ancorato in mezzo a tante altre barche nella Simpson Bay e nel giro di pochi giorni già faccio parte della vita del Soggy Dollar Bar: birra e coca-rum a gogo. Una volta si beve assieme ai ragazzi di “Helena C,” veliero di 140 piedi, fermo da parecchio con qualche problema con la capitaneria. La prossima volta si beve un bicchiere di vino rosso con Susanne, neozelandese, che lavora su un megayacht. Oppure si fa una chiacchierata con Mattia, italiano, habituè del bar perché è ormeggiato nella baia da diversi anni. Ma c’è anche Uwe, capitano navigatore e lupo di mare svedese imbarcato su una bellissima barca d’epoca con 70.000 miglia di esperienza e molte regate vinte. Uwe è sistemato bene: il proprietario della barca lo paga benissimo, ma usa il suo yacht solo pochi giorni all’anno. In questi giorni deve arrivare il proprietario, che vuole la barca lucidissima, e il suo comandante ora è fortemente stressato: si sente come un ragazzo che fa baldoria a casa, ma si sta rendendo conto che dopodomani i genitori torneranno dalle vacanze. Poi ci sono Paul e Cohen, due ragazzi inglesi simpaticissimi e bravissimi al biliardo. Sono dei “dayworker”. Di giorno in giorno si cercano lavoro sulle tante barche e si sono specializzati nella verniciatura. Hanno acquisito una grande esperienza nei cantieri Wally in Italia e così sono molto richiesti a St. Maarten.

La prima serata al Soggy Dollar Bar si conclude bene e mi sono divertito molto con le limbo dance fino a notte fonda. Nei giorni successivi mi fermo regolarmente col dinghy al Soggy Dollar Bar e mi sento subito un habituè del posto. Trovo subito compagnia in barca, perché Paul mi chiede di poter usare una cabina, è stufo di vivere a casa di un suo amico che è teso e nevrotico. In più il lavoro da “dayworker” non è così facile e si passa gran parte del tempo a cercare lavoro più che a lavorare: Cosi Paul si propone, in cambio dell’alloggio, di aiutarmi con la manutenzione della barca.

Il giorno dopo “bingo”! Trovo la prima crewmember per questa corsa verso sud. È una ragazza del Madagascar, Hortensia, che fa il marinaio come mestiere e finora ha lavorato su un Oyster irlandese. Il suo compito sarà di fare la cuoca e di tenere la barca in ordine. In cambio ottiene il viaggio gratis fino a Tobago, dove l’aspetta un lavoro su dei megayachts. Sono contento. Cercare un equipaggio per una traversata impegnativa come la nostra, partendo in marzo dai Carabi, non è facilissimo. Contrariamente ai miei desideri, e spinto dalla necessità, ho messo degli annunci nei diversi internet e telefonshops per trovare almeno un paio di marinai.

Durante un pranzo domenicale sulla barca di Uwe conosco Cesare, italiano. È da mesi nei Caraibi e gli piacerebbe navigare ancora, possibilmente con pochi soldi. Sa cucinare bene, il suo unico handicap è che non è mai salito su una barca a vela. Sarà saggio accettarlo a bordo? La nostra traversata non sarà una passeggiata, e non si sa mai prima come una persona si comporta in situazioni estreme in mezzo all’Atlantico.

Si continua con il trantran quotidiano, di giorno le manutenzioni della barca mi tengono molto occupato. Sono meravigliato dei prezzi bassi nei negozi nautici e quindi ogni giorno mi viene una nuova idea… La sera si va al Soggy Dollar Bar o a mangiare fuori con i ragazzi delle altre barche. Ma la data di partenza si avvicina e il mio crew è ancora incompleto.

Poi una chiamata sul telefono della barca: è una skipper che mi chiede un passaggio. Karen, 45 anni, ha molta esperienza e tutti i certificati velici, come il riconosciuto Royal Ocean Master, e un certificato di pronto soccorso. Le piacciono le sfide e ha affrontato situazioni con molto vento, essendo un’habituè della Biscia: le interessa la mia “sfida”. Io sono contentissimo perché finalmente saremo due persone a bordo capaci di portare la barca. Da solo, senza un secondo, non me la sarei sentita di partire per la traversata.

Tutti matti.

La sera c’è una festa della regata Heineken. Siamo tutti lì, c’è tantissima gente che balla, fuma e beve e la mattina dopo, come al solito, nessuno in barca. Anche se Paul e Hortentia vivono “ufficialmente” sulla mia barca, non li vedo quasi mai: Hortensia pulisce dei megayachts e lavora, Paul mi sa che invece si diverte soprattutto la notte. Karen torna veramente tardi dalla festa, vale a dire il pomeriggio dopo: arriva con un uomo che le porta le valigie a bordo.

Nel frattempo abbiamo conosciuto Maurizia, 50 anni, italiana, approdata a St. Maarten dopo un naufragio, quello del suo matrimonio. Anche lei trova alloggio sulla mia barca. Vuole trovare un posto su una barca per la regata Heineken. Alla festa successiva (è facile, ci sono feste ogni giorno durante la regata) si veste bene con vestito nero, stivali, capelli lungi e lucidi, e c’è la fa subito: la mattina dopo si dovrà presentarsi su una barca di tedeschi. Esce con loro per la regata, e loro vincono pure la classe. Esce anche il giorno dopo con loro, e loro vincono di nuovo. Capisco, lo skipper è un ex- campione di hobby-cat. La sera però Maurizia è irritata: Uno dei tedeschi ha fatto il bagno dalla barca tutto nudo davanti a lei. Cosa significa? Comunque qualcosa deve essere andato storto, perché Maurizia è offesa e se la prende pure con me. È matta, e scende dalla mia barca il giorno dopo!

Oggi una bella sorpresa: dall’Europa arriva un mio amico spagnolo, Alfonso, che è ben lieto di aggregarsi a noi. Ora siamo in 5 e si può pensare alla partenza. Mi consulto con Karen sul meteo, e seguiamo attentamente tutte le basse pressioni che partono dalla costa Est. Cesare e Alfonso sono incaricati della cambusa, anche se preferisco controllare di persona che ci siano tutti i viveri. Ecco che si avvicina il momento buono, la partenza sarà il 9 febbraio. C’è una bella depressione all’Est della Florida che ci darà del vento portante per la partenza. Certo, questa stessa depressione diventerà tempesta, secondo le previsioni, ma si sta spostando verso Nord Est e quindi non ci disturba, anzi avremo 20 nodi di vento da Nord Ovest.

La sera prima di partire, Hortensia dà i numeri: ci dice che c’è un mare agitatissimo e che moriremo tutti! Dice che verso Cuba il mare è troppo mosso e quindi la barca si capovolgerà. Affermo che vogliamo stare a Sud per evitare tempeste. A Sud, secondo lei, noi moriremo lo stesso di fame, perché costretti a navigare per molto tempo. Riesco a tranquillizzare sia lei sia i due inesperti Alfonso e Cesare che si sono agitati ascoltandola. Secondo Hortensia una partenza fra due settimane sarà molto più sicura. Non capisco, perché proprio due settimane fanno la differenza. Il giorno dopo capirò.

Partenza prevista per mezzogiorno: tutti sono fuori per le ultime compere, messaggi internet e telefonate e verso le 11.30 siamo al completo, tranne Hortensia, che arriva a mezzogiorno e porta via tutte le sue cose e se ne va: ha trovato lavoro per due settimane come dayworker su un megayacht e ci tira il pacco all’ultimo secondo. Ora è tutto chiaro. La sua paura di ieri era solo una messa in scena per ritardare la partenza. È matta, matta anche lei!

Ma qui a St. Maarten, sono matti tutti? Qualcuno pensa che sono matto anch’io a voler partire così presto. Non ci voglio più pensare, partiamo alle 18 di sera dopo il checkout definitivo. Ci aspettano circa 600 miglia nautiche probabilmente impegnative.

Viviamo per il meteo

È da giorni che osservavo il meteo sul sito http://www.opc.ncep.noaa.gov/, in particolare i file di analisi A_48hrbw.gif e A_48hrwind_wave.gif. Il primo è il file con la previsione della situazione meteorologica nelle successive 48 ore, mentre il secondo indica il vento e lo stato delle onde. Finalmente, dopo quasi una settimana di attesa, si annuncia un vento da Sud Ovest, portante e quindi ideale.

Secondo le previsioni, infatti, l’alta pressione vicino a St. Maarten si sarebbe indebolita e spostata a Est verso 40W 25N, e la zona a Nord Est di St. Maarten sarebbe stata influenzata da alcune basse pressioni di passaggio verso Est. In marzo queste depressioni nascono in continuazione sulla costa Est degli Stati Uniti e la maggior parte si sposta verso Est in direzione delle Azzorre per poi deviare verso Nord. Spesso sono molto violente e portano venti di tempesta. Non siamo interessati a batterci con le tempeste sull’Atlantico, quindi per noi è imperativo studiare le previsioni meteo per prevedere possibili sviluppi di condizioni difficili. Dopo aver studiato bene i venti di marzo degli anni passati, ci rendiamo conto che per fortuna la maggior parte delle depressioni sembra passare in una zona a Nord dei 30N.

La mappa meteo del 12 febbraio 2015 è un esempio tipico di questa situazione: ci sono diverse depressioni, tutte al Nord dei 30N, e una zona di alta pressione a Sud dei 30N. Questa zona di alta pressione in estate diventa l’alta pressione delle Azzorre, solo che d’inverno, a causa delle temperature più basse, non può esistere più a Nord e così si sposta a Sud.

Dopo due giorni di motore ritorna il vento. Intanto nuove depressioni sono nate sulle coste americane e si spostano con velocità fino a 400 nm al giorno verso Est. Nella nostra posizione (24.41N 53.20W), però, sentiamo solo una bella brezza di 20 nodi. Issiamo lo spinnaker e viaggiamo tra 8 e 12 nodi, e nonostante le onde di circa 3-4 metri la barca resta molto stabile e ci godiamo la giornata. Il giorno dopo, però, siamo tutti stanchi (dello spi) e col moto ondoso ancora in aumento andiamo di solo fiocco per riposare! Nuove depressioni sono già in arrivo e conviene risparmiare le energie per un meteo meno favorevole.

Stiamo osservando una depressione che si è formata da poco in America, ma ora ci sta raggiungendo velocemente. Difatti cambiamo anche rotta è andiamo a 095 con l’obiettivo di non avvicinarci oltre alle depressioni a Nord. Nei giorni successivi il vento aumenta continuamente e questa volta la depressione è molto forte e i venti sopra i 50 nodi ci raggiungono. Ma non è il vento che ci preoccupa, sono le onde: onde gigantesche di 8-10 metri, ogni tanto ce n’è una irregolare che si frange contro la nostra barca. Ormai la nostra rotta oscilla tra 90 e 100 gradi, solo con lo scopo di sfuggire all’impatto delle onde. Secondo la velista inglese, per un multiscafo qui ci sarebbe il rischio di scuffiare, la nostra barca, invece, resta molto stabile e abbastanza governabile. Il tutto dura una notte e una mattina, poi le onde diminuiscono e cominciamo ad abituarci. Ormai manca solo una settimana fino a Tobago! Come sapremo questa sarebbe stata l’ultima “prova” del nostro viaggio.

Sapremo poi anche che la nostra strategia era da manuale: 1. Partenza dai Caraibi quando c’è una depressione in zona per cancellare l’effetto dell’aliseo. 2. Navigazione nel corridoio tra 25N e 30N. 3 Fuga dalla tempesta verso Sud Est per allontanarsi dalla depressione. 4. Un’autonomia motore per circa 500 miglia nautiche. per poter superare le calme dell’alta pressione.

L’ultima settimana di navigazione si svolge in modo molto tranquillo. C’è chi legge, c’è chi cattura le meduse, c’è chi cucina… Ormai Tobago dista solo pochi giorni, e le depressioni atlantiche deviano verso Nord. Tobago ne risente poco e si trova spesso in un’alta pressione con poco vento. Qui consumiamo altro carburante per superare la calma.

Arrivo A Tobago

Come in tutte le lunghe navigazioni, c’è sempre la sorpresa finale, e la sorpresa è sempre un vento forte e inaspettato proprio prima di arrivare. È successo anche a noi, ma finalmente attracchiamo al molo di Funchal. Io sono stanco e stravolto e non capisco ancora nulla. Il crew invece (gli altri 3) si lanciano subito nella vita notturna tra birre, bar e divertimenti vari. Incredibile, siamo arrivati in solo 21 giorni da St. Maarten, e senza veri problemi, pensando al crew: io, quasi 60 anni, fotografo in fuga dal mondo moderno, Karen, nonna di 45 anni con background militare, Alfonso, 30 anni, liutaio spagnolo con stomaco di ferro ma nuovo in materia di navigazione, Cesare, 35 anni, cameriere italiano mai salito su una barca a vela, ma molto apprezzato per la sua cucina a bordo. I quattro cavalieri della buona sorte, siamo noi? Questo non lo posso dire, ma certo questo equipaggio si merita un bravissimo.


Tangeri, gennaio 2015

Tangeri, notte alta. Le luci dell’Europa sono accese sotto il cielo stellato. Vega, Deneb, Aldebaran e poi lei, la Stella Polare. Ho dilapidato amori e quattrini, litigato con persone perbene, fatto del bene a carogne assolute, ma che rilevanza può avere in una notte così ? Se avessi accanto i miei figli, gli griderei: guardate l’Orsa Maggiore e tentate di brillare come lei. Ve la faranno pagare (più gli uomini sono assuefatti al buio, meno tollerano la luce degli altri), ma ringraziate l’universo, perché siete vivi e liberi in questo immenso teatro blu.